Cure per il Parkinson ed assistenza all’anziano malato. Quali sono le terapia ed i farmaci per il Parkinson?

Francesca è infermiera dal 2015, specializzata in cure per il Parkinson, ha sviluppato una competenza nell'assistenza domiciliare malati di parkinson, occupandosi di terapia del parkinson e somministrando farmaci per il parkinson. Dopo un periodo di assistenza domiciliare in Germania ha deciso di fare rientro a Roma, sua città d’origine, dove oggi lavora come infermiera professionista con EpiCura.

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Assistenza al malato di parkinson: cure innovative parkinson, parkinson terapia e farmaci per il parkinson
Assistenza al malato di parkinson: cure innovative parkinson, parkinson terapia e farmaci per il parkinson

Francesca è infermiera dal 2015, specializzata in cure per il Parkinson, ha sviluppato una competenza nell’assistenza domiciliare malati di parkinson, occupandosi di terapia del parkinson e somministrando farmaci per il parkinson.

Dopo un periodo di assistenza domiciliare in Germania ha deciso di fare rientro a Roma, sua città d’origine, dove oggi lavora come infermiera professionista con EpiCura.

Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza professionale con persone affette dal morbo di Parkinson.

Le abbiamo chiesto più informazioni sui farmaci per il parkinson e cure efficaci contro questa patologia.

Si dispone oggi di cure innovative per il parkinson, più efficaci di quelle di un tempo, racconta l’infermiera, ma la strada da fare è ancora molta.

Parliamo del morbo di Parkinson. Di cosa si tratta nello specifico?


Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni e, in particolare, le sinapsi della dopamina, neurotrasmettitore utile per la funzione motoria.

In buona sostanza c’è una perdita, o una disfunzione, dei neuroni che producono la dopamina.

Questo deficit di dopamina, caratteristico anche in altre sintomatologie come la fibromialgia, ha come effetto delle conseguenze sulle capacità motorie del paziente.  Da qui la necessita di assistenza al malato di parkinson.

Quali sono le cause del Parkinson? A queste sono collegate specifice cure per il Parkinson?

Purtroppo non si conosce ancora bene l’origine di questa patologia, che è ancora in fase di studio.

Una teoria è che un rilascio eccessivo di dopamina porti poi alla formazione di radicali liberi e sostanze che degradano questi neurotrasmettitori, facendo morire i neuroni.

In generale si pensa che un’alimentazione poco san, da cui l’importanza della nutrizionista, e l’abuso di alcool contribuiscano alla creazione di radicali liberi, che poi si depositano nei neuroni.

Purtroppo sul Parkinson si sa ancora poco, da queto alcuni limiti nelle cure per il parkinson, spesso ciò che abbiamo a disposizione al momento sono solo teorie.  

Cosa succede negli stadi più avanzati del morbo di Parkinson? Esistono farmaci per il Parkinson?

Il paziente con il tempo inizierà a presentarsi ricurvo, come piegato in avanti, in una ricerca del proprio baricentro, di un equilibrio.

Inoltre i malati di Parkinson hanno molti blocchi motori, che rendono necessaria un’assistenza continuativa per le attività quotidiane.

Essendo una malattia neurodegenerativa, entro le insorgenze correlate alla demenza senile, il decorso avviene in molto tempo.

Negli ultimi anni però, grazie all’utilizzo di farmaci per il parkinson sempre più specifici, questo tempo si è ulteriormente prolungato ed è oggi di circa 15 anni.

Come si diagnostica il morbo di Parkinson?

Secondo le stime, sono necessari quasi 3 anni per diagnosticare il morbo di Parkinson.

Non essendoci purtroppo esami strumentali specifici, questa malattia può essere confusa con altre. (Si lavora su modelli di diagnosi predittiva delle malattie, fra cui la diagnosi precoce del morbo di Parkinson e la diagnosi precoce del morbo di Alzheimer n.d.r.)

Solitamente, quando un paziente avverte i primi sintomi, come tremori e un rallentamento motorio, si rivolge al medico e, nello specifico, a un neurologo.

teleconsulto medico
teleconsulto medico

In fase iniziale di Parkinson il paziente nota dei rallentamenti significativi nei movimenti e che gli arti non rispondono ai comandi.

Inoltre si iniziano ad avere fenomeni di stipsi, pancia gonfia e dura, poiché la muscolatura involontaria ha difficoltà a rispondere agli stimoli.

Il medico quindi si occuperà di valutare la presenza di
atteggiamenti atipici e fare ulteriori esami.

Si è visto, ad esempio, che nei pazienti affetti da Parkinson c’è un aumento dell’emoglobina.

Non è ancora considerato un fattore determinante, ma viene oggi tenuto in considerazione come un dato importante per la diagnosi del morbo di parkinson.


Quali sono le cure del morbo di Parkinson?

All’atto della valutazione, il neurologo utilizzerà una scala di valutazione (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale – UPDRS nda).

Questa scala permette di comprendere come il paziente risponde alla terapia e come la malattia si sta evolvendo.

La valutazione è suddivisa in quattro parti, e comprende i comportamenti del paziente, le sue attività quotidiane, le capacità motorie e la risposta farmacologica

Più è basso il punteggio ottenuto più la persona ha bisogno di assistenza domiciliare.
 
La terapia farmacologica del morbo di Parkinson è necessaria fin dall’inizio, poiché consente di controllare i sintomi della malattia.

Il dosaggio andrà ad aumentare col tempo, fino ad arrivare a un limite massimo a cui il corpo, purtroppo, non risponde più.

Come dicevo prima però, le terapie per il Parkinson rallentano la degradazione neuronale, aumentando le aspettative di vita dei pazienti in modo significativo.

Può essere di aiuto il massaggio, come testimonia Fabrizio, impegnato nei rimedi naturali per il Parkinson:

Per alleviare le problematiche legate al Parkinson utilizziamo la riflessologia plantare agendo su tutto il corpo per diminuire, anche solo momentaneamente, il tremore.

Fabrizio, riflessologo e massoterapista

Esistono dei farmaci per la cura del Parkinson?

Il farmaco utilizzato per il morbo di Parkinson è la levodopa, principio attivo per eccellenza nella cura delle sintomatologie da Parkinson, perché agisce a livello neuronale.

Ci sono ovviamente altri farmaci per il Parkinson, ma questo è il principale, utilizzato per il controllo dei sintomi.  

La levodopa è un precursore della dopamina.

È utilizzata perché, una volta immessa nell’organismo, questa si unisce con un enzima dando vita alla dopamina.

La dopamina attiverà i neuroni, permettendo dunque il loro funzionamento.
Si utilizza la levodopa perché il cervello ha una barriera che lo protegge dal passaggio di alcune sostanze, e la dopamina è tra queste.

La levodopa riesce a passare la barriera, mentre la dopamina non ci riuscirebbe e la sua somministrazione sarebbe inutile.

Essendo somministrata sotto forma di pasticche, la levodopa è accompagnata da un altro farmaco, la carbidopa, che impedisce che i processi metabolici degradino la levodopa, facendola così arrivare ai neuroni.

Altri farmaci utilizzati per la cura del Parkinson sono ad esempio gli adeno-adrenergici, una copia della dopamina, che vanno ad agire sul neurone, attivandolo.

Ci sono altri farmaci per la cura del morbo di parkinson che sono invece degli inibitori ed agiscono sugli enzimi che degradano la dopamina.

Su cosa si basa la terapia per il Parkinson?

La terapia somministrata è specifica per ogni paziente.

La base oraria e quantitativa dei farmaci per il parkinson è decisa dal neurologo e si basa sulla valutazione del paziente e sul proseguimento della malattia.

Dunque il dosaggio è fatto in base al paziente e prende in considerazione di volta in volta la valutazione complessiva del suo stato.

Per questo motivo la scala UPDRS di cui abbiamo parlato prima, è molto importante.

È essenziale una presa in carico olistica del paziente, che comprenda dunque sia il punto di vista farmacologico e terapeutico che le sue necessità personali.

Queste derivano dall’evolversi della malattia e richiedono un supporto assistenziale importante, caratteristico dei pazienti affetti da qualche forma di demenza senile.

Nel decorso della malattia di Parkinson, infatti, oltre ai problemi motori può esserci disfagia, ovvero difficoltà nel deglutire, ma anche nel parlare.

Queste situazioni tendono a causare degli stati depressivi nei pazienti affetti da Parkinson.

La terapia farmacologica è fondamentale per contrastare i sintomi della malattia e fare in modo che il paziente conservi più a lungo una propria autonomia.

Il dosaggio dei farmaci per il Parkinson va pian piano aumentato.

Raggiunta la dose massima, purtroppo, non è possibile andare oltre a causa degli effetti collaterali, come i disturbi del sonno.

Fortunatamente, tuttavia, il decorso del Parkinson è molto lento e i farmaci sono molto efficaci nel controllarne i sintomi.

Esistono cure innovative per il Parkinson?


I farmaci alla base delle cure per il parkinson sono sempre quelli che ho elencato, dunque principalmente la levodopa.

Ovviamente si stanno continuando a fare ricerche per la sperimentazione di nuovi farmaci.

Ci sono ad esempio nuovi strumenti duo-dopa, un’abbreviazione di duodeno e dopamina.
Si tratta di un microinfusore.

Questo microinfusore funziona come quello dell’insulina per diabetici.

Negli stadi più avanzati della malattia, levodopa e carbidopa sono somministrate in modo continuo.

Questo strumento può essere utile perché le difficoltà di deglutizione causate dal Parkinson possono rendere difficoltosa l’assunzione delle pasticche.

Dunque l’applicazione di questo microinfusore, inserito all’interno del duodeno con un connettore, permette di somministrare i farmaci con dosaggi controllati.

In questo modo si eliminano anche i fenomeni di on/off di cui ti parlavo, come il freezing.

Cure innovative per il Parkinson

A fianco al tradizionale ed importante supporto del fisioterapista a domicilio, che va sempre considerata un opzione importante, suggeriamo una serie di innovazioni.

Ci sono alcune cure innovative per il Parkinson che fanno ben sperare per il futuro. Qualche mese fa è stata presentata una macchina capace di ridurre il tremore. Tale dispositivo fonda la sua efficacia sulla capacità di sfruttare la sinergia di due strumenti molto importanti: la risonanza magnetica e gli ultrasuoni. Nel corso della stessa seduta infatti il paziente viene inserito nella macchina la quale procederà ad effettuare e inviare una mappatura completa del cervello all’operatore. Questi, dopo aver individuato alcuni punti precisi dell’encefalo, invierà degli ultrasuoni che provocheranno una serie di lesioni parziali e reversibili, capaci di ridurre in modo repentino il tremore nella persona affetta da Parkinson.

Dal Giappone invece arriva l’idea di prelevare le cellule staminali di un adulto sano e di riprogrammarle inviando loro un nuovo codice. Impiantate nel cervello dell’individuo affetto dal morbo di Parkinson, queste saranno in grado di lavorare nelle zone intaccate dalla malattia, migliorando sensibilmente la qualità di vita del paziente.

Tra le cure innovative per il Parkinson più efficaci va ricordata senza dubbio la terapia AMPS, destinata a migliorare uno dei disturbi più invalidanti della malattia ovvero il freezing o la bradicinesia. Spesso i malati sono soggetti a cadute inaspettate perché i muscoli si bloccano improvvisamente. L’AMPS non solo risolve tale problema ma migliora sensibilmente l’equilibrio e la velocità nei movimenti, integrando e migliorando l’efficacia dei farmaci stessi.

Quali sono, dal punto di vista dell’assistenza domiciliare, le attività di supporto per i malati di Parkinson?

Un aspetto fondamentale è far sì che i pazienti con Parkinson possano mantenere il più a lungo possibile il proprio stile di vita.

Quando la malattia inizia ad avanzare, compromettendo le abilità motorie, l’intervento di un fisioterapista specializzato per il parkinson, possibilemnte a domicilio, è essenziale.

La terapia farmacologica è importantissima, ma è fondamentale considerarla insieme ad altre attività che possano contribuire al benessere psico-fisico del paziente.

Il primo passo è consentire al malato di Parkinson di mantenere la propria quotidianità il più possibile.

L’assistenza domiciliare vera e propria inizia con le difficoltà intestinali, l’incontinenza urinaria , le disfagie e tutte quelle problematiche che non permettono al paziente di alzarsi dal divano, prepararsi il pranzo, vestirsi da solo.

In generale le assistenze principali riguardano quelle ai pasti, poiché il malato di Parkinson ha difficoltà a deglutire, e quelle alla deambulazione a causa del freezing.

Bisogna poi, in un certo senso, prendersi cura anche dei familiari, che non sono preparati ad affrontare le conseguenze del decorso della malattia.

La consapevolezza dei familiari è importante anche per affrontare eventuali problemi psicologici.

Lo stress derivante dalle sintomatologie del Parkinson, infatti, porta spesso a stati depressivi in cui è necessario l’intervento dello psicologo.

Lo psicologo costituisce un supporto particolarmente
utile per affrontare questa patologia.

Come affronta la quotidianità un malato di Parkinson?


Posso farti l’esempio di un’assistenza domiciliare che ho fatto in Germania.

Andavo dalla paziente al mattino prestissimo e la prima cosa che facevo era la somministrazione della terapia farmacologica.

La aiutavo ad alzarsi dal letto perché il Parkinson rende i malati molto rigidi e non riescono ad effettuare questi movimenti.

A quel punto le davo il deambulatore e la portavo verso il bagno, dove la aiutavo a lavarsi.

Lavarsi può diventare pericoloso perché con il Parkinson viene a mancare l’equilibrio e il rischio di scivolare è concreto.

Per questo motivo i pazienti malati di Parkinson si fanno sedere per essere lavati.

Dopo la aiutavo a vestirsi, facendole fare tutti i movimenti necessari.

Poi la portavo in cucina per prepararle la colazione.

Somministrando la colazione bisogna sempre fare attenzione che non ci siano problemi di disfagia.

Per questo motivo è importante anche scegliere una dieta adeguata, magari semi-solida.

Un’attività importante sono le passeggiate. Seppur per un tratto breve le facevo fare delle piccole passeggiate.


Come
dicevo prima, per quanto possibile è fondamentale far mantenere al paziente una
certa quotidianità.

Questo lo aiuta a contrastare gli stati depressivi.

Un’altra cosa utile è fargli fare le cose autonomamente finché si può, fondamentale dal punto di vista psicologico.

Il progredire della malattia, purtroppo, conduce poi a una dipendenza completa dall’assistente domiciliare.
 
Ma è fondamentale contrastare l’avanzare della malattia finché è possibile, incentivando per quanto possibile il benessere psico-fisico del paziente.

Come e perché hai scelto di diventare un’infermiera?


La mia storia è piuttosto particolare.

Mi sono infatti diplomata in ragioneria e, finite le scuole superiori, ho iniziato da subito a lavorare in uno studio come ragioniera. Avevo 19 anni.

Ho deciso poi di iscrivermi a economia.

Avevo però qualche problema al lavoro e, nel luglio 2008, ho deciso di licenziarmi.

Avevo capito che quel mondo non faceva per me.

Volevo ricominciare a studiare, ma qualcosa di diverso, e ho deciso quindi di fare infermieristica.

Sono sempre stata un’appassionata del settore, mi piace molto leggere tutto ciò che ha a che fare col corpo umano, come libri di fisiologia, di anatomia…

E così ho fatto il test d’ingresso per infermieristica e ho iniziato a studiare presso il Policlinico Umberto I.

Col tempo ho scoperto un mondo che mi piaceva e mi appassionava sempre di più.

Non solo studiavo, ma continuavo a documentarmi e fare ricerche autonome, fino a innamorarmi totalmente del mio corso di laurea.

Il mio percorso accademico è terminato nel 2015, quando mi sono laureata con il massimo dei voti.

Da lì sono partita per la Germania, dove per ben due anni mi sono dedicata all’assistenza domiciliare.

Nel 2019 ho poi deciso di tornare a casa e adesso lavoro stabilmente a Roma.

Quali sono secondo te gli aspetti più importanti nell’assistenza domiciliare?

A mio parere nell’assistenza domiciliare agli anziani, a differenza dell’ospedale o della casa di riposo, c’è innanzitutto un vantaggio che riguarda il potersi dedicare totalmente al paziente.

Questo consente di instaurare magari un rapporto di fiducia, facendo sì che il paziente si senta più a suo agio.

Sono stati fatti degli studi che dimostrano come i pazienti che hanno maggior fiducia nel caregiver siano più sereni, rispondendo meglio alle terapie.

Quindi più il paziente è a suo agio, più si crea fiducia e più questo è collaborativo alle cure per il parkinsone e alla terapia.

Ovviamente la fiducia è un fattore molto importante anche nel rapporto con la famiglia dell’assistito, che ti affida un suo caro e desidera per lui il meglio.

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