Come comportarsi con bambini che non vogliono fare i compiti? Intervista alla dottoressa Letizia Foti sulle relazioni genitori-bambino

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aiuto compiti mamma e papà
aiuto compiti mamma e papà

Vediamo come affrontare la svogliatezza dei bambini, partendo dalle cause per arrivare alle motivazioni e al rapporto con i genitori.

Mamma e papà devono aiutare i bambini a fare i compiti?

Fare i compiti? Il delicato momento in cui ci troviamo, con le scuole chiuse e l’impossibilità di portare i bambini a giocare fuori, può creare qualche tensione in casa

I bambini, con pochi stimoli durante le lunghe giornate di quarantena, tendono ad annoiarsi e innervosirsi, diventando spesso bambini ingestibili

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta di EpiCura esperta in età evolutiva.

La psicologa ha esperienza nel trattamento dei disturbi dell’apprendimento e accompagna i bambini e i loro genitori in percorsi di benessere psicologico.

“Il sostegno alla genitorialità è una parte essenziale nell’occuparsi dei bambini” racconta l’esperta “ma sono essenziali anche altre figure. I genitori, così come gli insegnanti sono parte integrante dei contesti quotidiani dei bambini e collaborare con loro è fondamentale”. 

In quest’intervista la psicologa ci consiglia come comportarsi con i bambini in questa particolare situazione dove è necessario fare i compiti a casa, rivolgendo ai genitori suggerimenti utili per gestire capricci e svogliatezza. Ecco perché e come la mamma e il papà devono aiutare i bambini a fare i compiti.

Lavorare come psicologa con i bambini richiede delle attenzioni particolari?

C’è da dire che, in generale, il lavoro dello psicologo inizia con un’attenta osservazione.
Questo vale anche per gli adulti ovviamente, ma con i bambini possiamo dire che questo elemento sia ancora più importante.

Un’osservazione particolare, ad esempio, è quella che si rivolge al rapporto madre-bambino, soprattutto quando questi sono molto piccoli. 

In questo modo è possibile valutare l’aspetto relazionale del bambino

In generale, l’aspetto relazionale è una macro-categoria che comprende il modo in cui il bambino si relaziona con la madre, con la famiglia e con il gruppo di pari, come i compagni di scuola.

L’aspetto relazionale è una valutazione fondamentale quando si lavora con i bambini. 

Quali sono, di norma, le maggiori preoccupazioni dei genitori sui figli?

La maggior parte delle problematiche riferite sono quelle relative alla scuola

Magari il bambino va male a scuola, è svogliato, non è interessato a fare i compiti.

C’è da dire, però, che molto spesso i genitori non si rivolgono agli specialisti in modo spontaneo. Sono le segnalazioni degli insegnanti, solitamente, il motivo per cui mamme e papà decidono di parlare con uno specialista.

Questo comportamento deriva dal fatto che a volte i genitori non si rendono conto del problema o, meglio, se ne accorgono ma hanno difficoltà ad accettarlo. È un meccanismo di difesa, perché li porta a fingere che la questione non esista. 

Cosa segnalano gli insegnanti rispetto alle problematiche nei bambini?

Gli insegnanti segnalano ad esempio i disturbi relazionali, termine con cui si intende la sfera che ha a che fare con la rabbia e il mancato controllo degli impulsi.

Ne sono un esempio quei bambini che tendono a essere particolarmente rabbiosi, magari facendo i bulli e rifiutando le regole. 

Più spesso parliamo di bambini oppositivi o provocatori, una categoria che descrive i bambini che provocano, manifestando continuamente rifiuto e opposizione

L’intervento degli insegnanti in questo caso rende palese ai genitori la problematica, spingendoli a rivolgersi a uno specialista per risolvere la situazione. 

Come già detto il lavoro dello psicologo in questi casi si svolge a stretto contatto anche con i genitori. 

In cosa consiste il lavoro dello psicologo con i genitori?

Lo psicologo aiuta i genitori a individuare le problematiche da cui può dipendere il comportamento del bambino.

Queste sono molto varie, e possono comprendere i conflitti genitoriali, la morte di un caro o eventi traumatici in generale. 

Quali possono essere, nello specifico, le cause che influiscono sul comportamento dei bambini?

Possiamo parlare, ad esempio, di disfunzioni relazionali e comunicative.

Sono emblematici in questo caso i bambini trascurati dai genitori dal punto di vista affettivo, che non ricevono da loro le giuste attenzioni.

Oppure abbiamo anche bambini che hanno genitori rigidi e severi, che caricano i bambini di aspettative e di ansie

Gli eventi traumatici che influiscono sul comportamento dei bambini possono essere però anche meno palesi. Ad esempio, un evento traumatico può consistere semplicemente nella nascita di un fratellino o di una sorellina, che potrebbe portare il bambino a sentirsi trascurato ed essere geloso

Anche la situazione di emergenza sanitaria, una sorta di psicosi Covid, che stiamo vivendo potrebbe rappresentare un trauma per i bambini che, d’improvviso, hanno visto sconvolta la propria quotidianità.


In questa particolare situazione di quarantena, come dovrebbe comportarsi un genitore? 

Innanzitutto, è molto importante che il bambino venga informato della situazione e non ne sia all’oscuro. Certo, è necessario utilizzare termini specifici, più adatti ai bambini, ma spiegare la situazione è fondamentale. 

Nel farlo, ovviamente, bisogna escludere i dettagli per evitare di incorrere nel panico

Dobbiamo imparare a comunicare con i bambini in modo chiaro e trasparente. 

Non bisogna quindi dire loro che è un periodo di vacanza e dare informazioni distorte, perché i bambini sono in grado di capire tutto.

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Non dobbiamo sottovalutare questa loro capacità. 

I bambini, anche piccoli, percepiscono lo stato di ansia che c’è in famiglia e percepiscono la differenza di essere a casa in pigiama anziché a scuola.

Capiscono che c’è stato un cambiamento, per loro è evidente, quindi è bene spiegare loro la situazione con chiarezza, anche per evitare loro paura e confusione

Un termine che suggerisco di utilizzare è “periodo particolare” anziché “periodo critico”. È bene non allarmare i bambini e non spaventarli, le parole sono molto importanti, anche perché possono rassicurare il bambino.

E, soprattutto, è importante avere anche la pazienza di rispondere alle loro domande, utilizzando sempre un linguaggio adatto alla loro età

Come dovrebbe comportarsi un genitore per rassicurare il proprio bambino in questa situazione?

Tutto dipende moltissimo dalla stessa reazione del genitore alla situazione. Se infatti la mamma o il papà si trovano in un forte stato d’ansia, questa inevitabilmente si trasmette al bambino. 

È per questo che è importante che ci sia coerenza tra ciò che si comunica e come ci si comporta. La coerenza consiste, in questo caso, nell’infondere al bambino sicurezza mentre gli si danno certe informazioni. 

Mostrarsi sereni aiuterà anche a tranquillizzare eventualmente il bambino. 

Gli stati ansiosi dei bambini, infatti, dipendono fortemente dallo stato dei genitori. 

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Se il bambino in casa respira un’atmosfera serena difficilmente si mostrerà ansioso.

Esistono però situazioni in cui i bambini tendono ad “approfittare” di una simile situazione, ad esempio rifiutando di fare i compiti, perché si sentono come “in vacanza”. 

Cosa dovrebbe fare un genitore con un bambino che si mostra svogliato e non vuole fare i compiti?

C’è da considerare, innanzitutto, che i bambini si sono ritrovati dall’oggi al domani in una realtà completamente diversa. Una realtà in cui vivono, e viviamo con loro, un ri-affetto relazionale.

Questo significa che le relazioni quotidiane con cui avevamo a che fare sono improvvisamente cambiate.

Nel caso dei bambini, fino a ieri i genitori erano fuori casa per molte ore magari a causa del lavoro e delegavano l’educazione ai nonni ad esempio.

Adesso invece molti genitori sono a casa con i bambini 24 ore al giorno. 

Magari, i bambini tendono a percepire la situazione come una vacanza: per questo motivo scandire i tempi della giornata è essenziale.

Quindi, ad esempio, si può concedere al bambino di dormire un po’ di più, ma l’intera giornata non può trascorrere giocando con il pigiama addosso. 

È importante che ci siano dei ritmi ben definiti, dove c’è il momento del riposo e del gioco ma anche quello dei compiti e dei doveri.

Anche il gioco è, senza dubbio, una parte molto importante.

Può essere anche un’occasione per rafforzare il legame tra genitore e figlio, ma bisogna stare attenti a non esagerare, in un certo senso.

Soprattutto nei bambini più piccoli, il momento costante di gioco con il genitore può rendere difficoltoso, tornati alla normalità, il distacco del bambino dalla mamma o dal papà.

Quindi anche il semplice ritorno a scuola potrebbe essere percepito come un abbandono, quasi un trauma

Dunque, il tempo del gioco è importante che ci sia, ma deve essere ben definito e parte di una ruotine di impegni più ampia, che comprende anche i doveri scolastici.

È bene sottolineare al bambino che prima o poi si tornerà a scuola: anche se sembra una vacanza, non si tratta di una vacanza. 

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Molti genitori, in questa situazione, si chiedono: perché il bambino non vuole fare i compiti? Da cosa dipende questo rifiuto?

Ci sono due motivi principali.

Il primo è l’interruzione improvvisa dei ritmi di vita quotidiani. 

Un po’ come per i compiti delle vacanze, i bambini faticano a fare i compiti a causa dell’interruzione dei ritmi. 

Il secondo motivo è l’atmosfera di ansia e preoccupazione che può crearsi a causa della quarantena

Come già detto questa percezione dipende molto anche dai genitori. 

Cosa fare con un bambino che non vuole fare i compiti?Quale aiuto compiti?

Innanzitutto, è essenziale avere una routine, riprodurre in un certo senso la vecchia quotidianità. 

Può essere utile, soprattutto nelle fasi iniziali, aiutarlo nel fare i compiti.

La mamma o il papà può stargli vicino mentre fa i compiti, per condividere con lui quel momento. 

Ma è importante che il bambino capisca che anche i genitori, nonostante il periodo particolare, debbano continuare a fare ciò che facevano prima, dunque ad esempio lavorare. 

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Condividere il momento del lavoro con il bambino lo aiuta a comprendere questa cosa, che ognuno ha dei compiti da fare, delle mansioni da svolgere, compresi mamma e papà.

Inoltre suggerisco di rassicurare il bambino, dargli dei rinforzi positivi, dicendogli ad esempio che se si impegna al ritorno a scuola sarà tutto più semplice.

Anche in questo senso reputo sia importante la vicinanza col bambino, un aiuto compiti, che in questo modo vede la propria autonomia rinforzarsi, momento importante soprattutto se è in età da scuole medie, dove i bambini diventano più indipendenti. 

Bisognerebbe dare delle punizioni ai bambini che non vogliono fare i compiti?

Sì, bisogna dare delle punizioni ma non chiamandola punizione.

Punizione è un termine negativo, terribile.

Io la chiamerei piuttosto “assunzione di responsabilità”, un momento in cui comprendi gli effetti delle tue azioni.

Dunque, se ad esempio col bambino si era deciso che si sarebbe giocato assieme una volta finiti i compiti, se lui non ha portato quei compiti a termine, allora non si gioca. 

La punizione ha senso solo se aiuta il bambino a comprendere l’assunzione di responsabilità, se è utile per insegnare al bambino che ognuno di noi ha dei doveri e che se questi non si portano a termine ci sono delle conseguenze.

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Ovviamente la punizione rappresenta una conseguenza di un dovere non compiuto. 

Come bisognerebbe comportarsi con i bambini molto capricciosi?

Bisogna imparare ad essere autorevoli quando serve. Essere autorevoli va bene, anche perché è un modo per far capire al bambino come va il mondo in un certo senso. 

Prima o poi infatti potrebbe confrontarsi con persone più autorevoli e severe, ad esempio alcune maestre.  

Un consiglio generale è poi essere coerenti, perché se il bambino ad esempio non fa i compiti o fa una marachella e gli “promettiamo” una punizione ma poi non lo facciamo, il messaggio che arriva al bambino è che può fare quello che gli pare.

Il bambino dunque pensa che per i suoi capricci non ci sono conseguenze e ne approfitta.

I cosiddetti “bimbi tiranni” sono proprio conseguenza di questa mancata coerenza.

Questi bambini memorizzano che, anche se mamma e papà minacciano di punirli, alla fine non lo fanno.

Questo viene percepito quasi come una vittoria e può diventare in breve un circolo vizioso. 

Se mamma e papà cedono ai capricci del bambino pur di non sottostare alle sue minacce, il bambino imparerà che comportandosi in quel modo può ottenere tutto ciò che vuole e alzerà il tiro.

La conseguenza è che i genitori saranno sempre più affaticati da questa situazione. 

Come dare delle regole ai bambini che fanno i capricci e non vogliono fare i compiti?

Come già detto, servono coerenza e autorevolezza.

Questi elementi rimarcano la differenza di ruolo tra adulto e bambino, che è molto importante. 

Comportandosi in questo modo, il bambino comprende che ci sono delle conseguenze rispetto alle sue azioni.

Con coerenza intendo ovviamente anche una costanza nel tempo: bisogna comportarsi allo stesso modo sempre, non solo rispetto a un singolo episodio. 

Penso anche alla necessità di coerenza nel comportamento stesso dei genitori.

Serve che ci sia simmetria educativa, complicità, perché se un genitore dice una cosa e l’altro lo contraddice, il bambino può avere ad esempio un atteggiamento tirannico con un solo genitore. 

In questo periodo in cui si trascorre molto tempo a casa, come è possibile intrattenere i bambini per evitare che si annoino e facciano i capricci?

L’opportunità che si ha in questo momento è quella di trovare nuovi momenti di condivisione.

Ad esempio, si potrebbe fare un dolce insieme.

Potrebbe essere un bel momento da trascorrere con i bambini perché si rendono partecipi dei risultati.

In generale i momenti di condivisione sono preziosi perché aiutano anche a rinforzare il legame.

La condivisione è un momento relazionale importante anche dal punto di vista identitario, perché permette anche il confronto, una base per costruire la propria identità

Dunque va bene giocare insieme e condividere dei momenti, ma senza che si esageri affinché non si rischi nuovamente di creare una relazione di dipendenza tra genitori e figli. 

Quindi va bene giocare con mamma e papà, ma anche che il bambino impari ad essere autonomo.

Esattamente. Garantire spazi d’autonomia ai bambini, soprattutto dopo i 3 anni, è fondamentale.  

Il rischio è che si crei nuovamente lo stato di dipendenza iniziale, come quando si inserisce il bambino nella scuola materna e piange perché avverte il distacco con il genitore. 

A livello neurobiologico il bambino inizia ad autodeterminarsi verso i 2-3 anni di età.

Questo è il motivo per cui è in quegli anni che si inserisce a scuola e impara a socializzare.

In che modo i genitori possono aiutare i bambini a diventare sempre più autonomi?

Un modo è sicuramente garantire come si può la continuità delle relazioni sociali con i pari.

Anche se adesso vedersi fisicamente non è possibile, a volte una semplice videochiamata con i compagni di scuola ricorda al bambino dell’esistenza di un mondo oltre le mura domestiche. 

Un contesto che non sia solo quello con le due figure primarie, mamma e papà, permette al bambino di relazionarsi nuovamente con l’esterno in un certo senso. 

In questo modo si impedisce che si venga a creare nuovamente un legame di dipendenza con i genitori. 

Tornare indietro sarebbe poi più difficoltoso, soprattutto se il bambino è più grande

Spesso sono gli stessi genitori che tengono i bambini troppo vicini a sé, strutturando un legame di dipendenza. 

È essenziale che, invece, il genitore favorisca l’autonomia del bambino, insegnandogli dunque anche a gestire la tolleranza e la frustrazione.

Ad esempio, se un bambino piange e mi sono rassicurato del fatto che abbia mangiato e il pannolino sia pulito, se rispondo prontamente al pianto, non do al bambino il tempo e il modo di tollerare la frustrazione.

Il pianto è un modo che i bambini piccoli hanno di comunicare. 

Dunque, potrebbe significare anche una semplice richiesta di attenzioni da parte della madre.

Se la madre è troppo apprensiva non permette al bambino di sviluppare la propria autonomia. 


dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Per i bambini più grandi, è bene che il genitore sia rassicurante rispetto alle sue capacità, incoraggiandone i comportamenti autonomi. 

Bisogna riconoscere al bambino il fatto che stia diventando grande, e riesca dunque a fare più cose da solo.  

Un consiglio per favorire l’autonomia nei bambini è quello di dare loro dei piccoli compiti da svolgere in modo autonomo e dare loro dei veri e propri spazi di indipendenza. 

dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Per esempio, mamma e papà possono occuparsi del lavoro e delle faccende, mentre il bambino ha il proprio spazio in cui gioca, guarda la TV e fa i compiti. 

Dare spazio al bambino significa anche per il genitore avere degli spazi di autonomia.

Il trauma della quarantena potrebbe infatti riguardare anche il genitore, che non riesce più a trovare un luogo e del tempo per sé. 

L’autonomia dunque è un elemento molto importante sia per i bambini che per i genitori.

Chi è dott.ssa Letizia Foti, psicologa e psicoterapeuta

Fin da piccola sono stata abituata alla diversità: mia zia, logopedista, lavorava con bambini autistici o con sindrome di down.

Questo faceva parte della mia quotidianità e mi ha abituata a stare con persone considerate diverse da noi, anche solo perché provenienti da situazioni sociali svantaggiate.

Ciò che ho vissuto e le persone che ho incontrato nella mia vita sono state determinanti per me.

E così, dopo la maturità, ho deciso senza esitazione quale corso di Laurea intraprendere. 

Mi sono laureata a Firenze, dove ho anche fatto l’esame di Stato.

Ho poi deciso di trasferirmi a Torino per iniziare un master e la scuola di specializzazione.

Oggi mi occupo di età evolutiva e genitorialità, e in generale anche di adolescenza e adolescenti.

Inoltre, faccio sostegno psicologico nelle scuole. 


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